Il testo è tratto dalla Gazzetta del Popolo di domenica 15 aprile 1962 ( pagina 1 e 9) e di martedì 17 aprile 1962 (pagina 13). Per la scarsa leggibilità delle fotocopie da microfilm reperite presso la Biblioteca Civica di Torino, sono state ritrascritte da Rocco Palumbo. Questo perchè i figli dei nove ricordino la Storia del TRENO DELLA SPERANZA ! ...

 
 
 
 
 

UOMINI 9 FAGOTTI 19


uomini 9 fagotti 19: mio padre con 3 fagotti

Questa è la storia vera di meridionali che emigrano al Nord, da Grottaminarda di Avellino a Ingria nel Canavese. Che cosa li costringe a lasciare i loro paesi ? Che cosa pensano di trovare in Piemonte ? Chi li aiutò ? Dove lavorano ? Siamo andati a cercarli giù, nella loro terra. Li abbiamo accompagnati nel loro viaggio sul - treno della speranza - , abbiamo raccolto le loro confidenze. Li abbiamo visti quì, in fine dove la speranza ha una volto più preciso, e vuol dire pane, lavoro, serenità e umana certezza.
In 9 pagina il servizio di PAOLO CAVALLINA

VIAGGIO SUL «TRENO DELLA SPERANZA» VERSO LA TERRA DEL «MIRACOLO».

Gazzetta del Popolo (Domenica 15 Aprile 1962)

Una famiglia Grottese si trasferisce a Ingria nel Canavese: hanno trovato il pane in una impresa edile. Lo scompartimento si trasforma in una casa. Tenere gli occhi aperti perché la «roba» si deve difendere con disperazione. E' arrivato il T.S., che non porta il sole.

Uomini nove fagotti diciannove: si parte per il nord e « si va a Ingria Canavese frazione Borgognone, a lavorare per l'impresa edile stradale Rabellino Edoardo di Santo Stefano Belbo, finché la neve non ci manda via. Allora si torna al paese. Il paese è Grottaminarda, in provincia di Avellino e li vivono i figli, venti in tutto: Domenico Palumbo ne ha quattro, gli ultimi due gli sono nati gemelli, e quattro ne ha Gennaro Cobino; gli altri sette della compagnia a parte Antonio Minichiello che è ancora scapolo e figli perciò non ne ha, hanno due bocche a testa da sfamare. Poi ci sono le mogli, e anche loro mangiano, e qualcuno ha con sè i genitori, che sono vecchi, e niente c'è a Grottaminarda. Ne la luce, ne le strade, ne lavoro. Tutti gli uomini partono. C'è chi va all'estero: in Germania, in Belgio, in Svizzera e chi va più vicino, come noi, che si va in Piemonte, ma cinquanta o duemila chilometri e` lo stesso, sempre lontano da casa si sta. E` la vita, caro signore; noi ci abbiamo la jella addosso, la sfortuna».

Questi nove uomini, saliti a Napoli, sono tutti contadini, anzi se la definizione non facesse in questo caso ridere, sono coltivatori diretti. La terra che lavorano è loro ma è così poca che bastano le donne per seminarla. Qualcuno arriva a possedere un ettaro, gli altri ancora meno. E` terra che viene coltivata a grano e a maggese, metà e metà; gli ultimi giorni prima del raccolto va misurato il pane ai ragazzi; e questo è quello che da la terra oltre all'insalata, ai pomodori, a qualche coniglio, a qualche pollo e alle uova. Di olio non se ne produce, di vino nemmeno l'odore eppoi, anche se fosse terra adatta chi potrebbe spendere per gli scassi delle viti?.

 Così gli uomini di Grottaminarda vanno al nord. Questi nove passeranno la buona stagione a Ingria Canavese, dove il caso ha portato i primi due, tre anni fa. La partenza era stata fissata da tempo per il nove di aprile, Lunedì; l'organizzazione spetta, come sempre, a Pasquale Palumbo, classe 1917, che è il più vecchio e ha fatto nove anni di militare, «ho mangiato la sabbia – dice – e ho bevuto l'acqua del mare, in Africa e in Albania, se li ricorda quei tempi?. Così quei ragazzi si fidano di me.  Due sono miei cognati e gli altri sono amici; il primo anno si era in due, poi siamo diventati otto; ora si è aggiunto Tò, Antonio Minichiello, che è il più giovane». Gli altri guardano e sorridono malinconicamente quando Pasquale Palumbo raccontando i fatti di tutti, li avesse costretti a mettersi nudi, come alla visita militare. Pasquale Palumbo ha gli occhi furbi e la parola facile, ma prima di parlare ascolta e riflette; il comando che, con unanime decisione, gli è stato affidato, gli impone senso di responsabilità. Dice: «Non è per diffidenza, noi siamo gente per bene, ma facciamo i fatti nostri, è difficile vivere».

Si è difficile vivere e non solo a Grottaminarda, ma anche a Lazzaro che è un paese di settemila abitanti in provincia di Reggio Calabria. Quando lascio Pasquale Palumbo per andare a parlare con Santo Malara che sta in un altro scompartimento, le parole sembrano concordate, i discorsi sono gli stessi, io mi sento come prima, antipatico, un insopportabile intruso: «Lei va a Torino?» gli dico. «Ad Aosta?». «L'anno scorso», «Ah». Santo mi guarda la compagnia, non si interessa di me. «Va a lavorare?» dico . «Si». C'è un altro giovanotto con lui, ha la camicia a righe piccole. Blu grigie e nere, la stessa camicia di Santo. «Siete fratelli?». Si guardano la camicia. «No, siamo amici, siamo paesani». «Mi provò, Lui ha la lettera della ditta. Io gli vado dietro. Siamo falegnami. Lui è il mio principale». «Che andate a fare ad Aosta?». «Si va a lavorare alla diga, all'impresa Girola». «Che fate di lavoro?». «Se va bene i carpentieri, se no si lavora in segheria». L'impresa Girola è quella che ha fatto la diga di Kariba». Dico io «con i fratelli Lodigiani. Si, l'impresit: sono tre aziende consociate». Santo mi guarda con minore diffidenza. «Si, loro» dice. Gli spiego che ho conosciuto i fratelli Lodigiani, che li ho intervistati alla televisione un paio di mesi fa.

  Marco Crea, il secondo si chiama così, Canterella. «E' allegro, lui, perché è giovane» dice Santo. «Voleva fare l'attore del cinema, con quella faccia, e scrisse a una casa di Torino. Gli dissero di mandare due fotografie. Rideva, diceva che era cosa fatta. Poi gli scrissero che la faccia andava bene, che spedisse ottantacinquemila lire». «Ma non gliele mandai». «Perché non l'avrei avuto il cinema. Lavorare bisogna. Noi lasciamo Lazzaro perché a Lazzaro ci muore di fame. Ci rimane soltanto il barbiere che fa la barba ai vecchi, e a i morti. Da noi fanno tutti il minatore. Io ho una bottega di falegname, faccio i mobili, ho lavorato anche a Cantù, ma la gente non ha soldi. Pagano quando possono. Cinquemila lire ogni tanto e come si fa, siamo paesani, capisce?. Così si va a lavorare fuori. Ho chiuso la bottega e la riapro quando farò ritorno a ottobre. Si mette da parte dei soldi e poi si può lavorare a Lazzaro». Buon viaggio.

Questo è il treno della speranza, lo chiamano così per quanto, ufficialmente, sia stato definito il treno del sole, e gli orari ferroviari, più semplicemente, lo indicano con una sigla: S.T. quando viene verso il nord e T.S quando torna al sud. Parte da Reggio Calabria alle una e quaranta e arriva a Torino, il giorno dopo, alle dieci e trenta. Chi viene dalla Sicilia impiega anche quindici, sedici ore. Finchè  è giorno gli occhi inseguono gli alberi che corrono, le pecore che corrono, anche il mare corre con le barche e le navi, e c'è sempre un paesano più vecchio che batte una mano sul ginocchio e dice che tutta l'Italia è, che il cielo è lo stesso e il mare è lo stesso e che i mesi volano e si torna a casa con un pò di soldi. Questo è un treno che non perde tempo, che salta le stazioni, si vedono i ferrovieri impalati, con i berretti rossi e neri; quando si ferma altri paesani si affrettano a caricare le valigie, le scatole di cartone legate con lo spago, e montano su in fretta. I nuovi arrivati non fanno diminuire, fanno aumentare la speranza; lassù, nel nord, c'è lavoro per tutti e più paesani ci sono e meno ci si sente soli: il meridione ognuno se lo porta in bocca, basta dire una parola in calabrese o in siciliano o in napoletano perché si apra la porta dell'amicizia. Poi, la notte. «Levati le scarpe Pasquà, ti gonfiano le gambe»,«fatti più in là che mi stendo, dormiamo ragazzi». Qualcuno respira forte; si sono chiusi dentro lo scompartimento come in una scatola: fra paesani non c'è paura se qualcuno volesse entrare la luce del corridoio riuscirebbe a svegliarli. Si, il nord, ma nessuno è fesso, anche al nord c'è la gente per bene e c'è quella poco buona, bisogna tenere gli occhi aperti, ci mancherebbe altro.

Ho viaggiato insieme come un intruso e pure mi sentivo dei loro, Ragazzi, domattina si va ad Ingria dove ci aspetta l'assistente Armando Pavesi della ditta Rabellino Edoardo. Vengo con voi.»

Paolo Cavallina

CON IL «TRENO DELLA SPERANZA» DA GROTTAMINARDA A INGRIA.


Da marzo a ottobre è così lavoro, spaghetti e sonno
Gazzetta del Popolo (Martedì.17 Aprile 1962)

uomini 9 fagotti 19: mio padre con 3 fagotti

uomini 9 fagotti 19: mio padre con 3 fagotti

 
Due degli «emigrati» da Grottaminarda.(Fotoservizio Ghidoni)
on si va in paese nemmeno la Domenica, per via dei soldi da portare a casa. Il destino ha portato quassù un gruppo degli avellinesi, quelli di « uomini nove , fagotti diciannove», a costruire una strada. Tutti li stimano e il prete dice: «Sono brutti ma buoni ».Il treno della speranza non è affollatissimo. I miei amici mi spiegano che siamo sotto Pasqua, che in questi giorni si spostano soltanto quelli, come loro, che hanno già un posto assicurato, che hanno la lettera della ditta in tasca: gli altri, che si avventurano al Nord in cerca di paesani che gli diano aiuto, preferiscono rimandare la partenza dopo le feste. La maggior parte dei viaggiatori è scesa a Genova; sul marciapiedi della stazione di Porta Nuova soltanto giù un centinaio, forse meno. Il gruppo più numeroso è quello comandato da Pasquale Palumbo partiamo.

 Pasquale Palumbo sa quello che bisogna fare. L'autobus per Pont Canavese dovrebbe partire alle undici da Porta Susa: a sbrigarsi c'è la speranza di arrivare in tempo. il plottoncino di Grottaminarda ripete i movimenti che già fece l'anno scorso e gli anni prima: quattro rimangono sul treno, quattro stanno sotto i finestrini e tirano giù i diciannove colli - valige e scatole - che vengono calati dall'alto. Pasquale Palumbo corre via, per cercare la carrozzella. I meridionali non accettano altro mezzo di locomozione se non la carrozza a cavallo quando non possono andare a piedi o in tram. Il taxi è un lusso inutile, è una ambizione sbagliata, uno sfarzo che non si addice al regime di parsimonia che li accompagna accompagna dalla partenza da casa al loro ritorno: anche se hanno fretta, se rischiano di perdere l'autobus, se la spesa fosse uguale, la carrozzella è sempre preferita al taxi che rappresenta la rinuncia immediata alla tradizione del sud, una sorta di spregiudicata acquiescenza alle nuove regole. Pasquale Palumbo corre a trattare col vetturino: in carrozza viaggeranno solo le valige e i pacchi, oltre a lui che deve sorvegliarli; i paesani andranno a Porta Susa col tram. Le trattative si dilungano: il vetturino cede soltanto quando Pasquale Palumbo si decide soltanto per le mille lire, non una di più: e allora gli otto napoletani che aspettano a qualche metro caricano sulle spalle le valige e le portano sulla carrozza. Ma quando Pasquale Palumbo arriva a Porta Susa l'autobus è partito. Bisogna aspettare. Si aspetta il successivo che parte dopo un'ora e mezzo. A Pont ci sarà il camion della ditta Rabellino che li porterà a Ingria dove c'è il cantiere di lavoro e c'è Armando Pavesi, che li aspetta.

La storia che li ha portato in Piemonte, a lavorare su una strada che unirà inerpicandosi sul monte, la frazione di Borgognone al paese di Ingria che si trova duecento metri sopra, è una storia che questi uomini seguitano a raccontare con la soddisfazione di chi le attribuisca il valore di un segno propizio del destino. «Il caso è stato - dice Domenico Palumbo - se siamo venuti fin quassù. Sono stato io. Fu quattro anni fa. il Sig. Rabellino stava girando l'Italia con la famiglia, in vacanza, e tornava dalla Sicilia quando la sua Giulietta si guastò. Era notte, la campagna buia; dalle nostre parti chi esce di casa la notte?. Dove si va?. A uscire si finisce all'osteria, ci vogliono i soldi e la mattina fa fatica alzarsi. Quella macchina sola, in mezzo alla strada, non voleva saperne di rimettersi in moto; il signor Rabellino fa l'impresario edile e di motori poco se ne intende. Fruzzicò dentro il motore e poi quando vide che non c'era niente da fare, si decise a chiedere aiuto. La mia casa era vicina; venne sull'aia e chiamò. Io scesi. Dissi: non si preoccupi, in qualche modo si farà. Mi vesto e vado a cercare un meccanico in paese. E così feci. Nel giro di un'ora il signor Rabellino ripartì. Ma andandosene voleva compensarmi e io gli dissi di no, che lo avevo fatto perché fra cristiani ci s'aiuta senza interesse. Allora il signor Rabellino mi disse se avevo bisogno di qualcosa, che lui si chiamava così e così, che abitava a Santo Stefano Belbo, in Piemonte, e che se avessi voluto avrebbe potuto darmi lavoro. Il lavoro - dissi - non si rifiuta. Quì la campagna non rende; se lei dice sul serio io vengo a lavorare. Qualche giorno dopo partii e con me venne Pasquale Palumbo che è mio cognato. Ora siamo diventati nove e quest'altro anno, se Iddio ci assiste, saremo anche di più. L'inverno è lungo, caro signore, e i ragazzi mangiano e si vestono e vanno a scuola e ci vogliono i soldi e la roba. Quando ci si ritorna a casa a ottobre abbiamo qualche soldo serve per tirare avanti».

A Ingria i nove amici si sono subito sistemati. Cinque dormono in una stanza e altri quattro in un'altra, distante in una cinquantina di metri. Vicino al cantiere, in un'altra stanzetta, hanno fatto cucina e refettorio. La ditta passa l'alloggio, gli spaghetti e il vino; Pasquale Palumbo, quando può, fa da mangiare perché lui, che è stato nove anni militare, sa stare intorno ai fornelli e la "pommarola" la fa bollire in tempo giusto; se c'è bisogno di lui al cantiere viene sostituito da un altro: sanno tutti cucinare una scodella di spaghetti, che è il loro mangiare, mattina e sera. La gente di Ingria li aspetta e li festeggia. L'anno scorso quando arrivarono trovarono un fascio di fiori; ma non li gradirono perchè i fiori agli uomini, a Grottaminarda, non si mandano; quest'anno i fiori non ci sono stati per evitare cattive interpretazioni, ma gli abitanti della frazione li hanno aspettati all'arrivo dal camion e li hanno festeggiati. C'era anche il parroco, don Cesare Targhetta, che è un prete giovane e allegro. Dice: «Sono brutti, ma buoni».

Hanno cominciato subito a lavorare. C'è da disfare un monte per far salire la strada; l'aria è tagliente ma il piccone riscalda e ogni colpo è un soldo che verrà portato a casa. Ora, da marzo a ottobre, tutti i giorni, così. Lavoro, spaghetti e sonno: «In paese non si va nemmeno la domenica se non si sa come va a finire. Il ben d'un anno - dice il proverbio - va in una bestemmia. Non le pare?».

Buon lavoro, ragazzi.

Paolo Cavallina


Il testo è tratto dalla Gazzetta del Popolo di domenica 15 aprile 1962 ( pagina 1 e 9) e di martedì 17 aprile 1962 (pagina 13). Per la scarsa leggibilità delle fotocopie da microfilm reperite presso la Biblioteca Civica di Torino, sono state ritrascritte da Rocco Palumbo. Questo perchè i figli dei nove ricordino la Storia del TRENO DELLA SPERANZA ! 

 

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